Pubblicato il Marzo 12, 2024

L’engagement rate non è crollato per colpa dell’algoritmo, ma perché la piattaforma ora misura ciò che conta davvero: la qualità autentica delle interazioni e il valore intrinseco dei contenuti.

  • Le metriche di vanità (like, emoji) hanno perso peso a favore di segnali di intento forte come i salvataggi e i commenti argomentati.
  • Tattiche di engagement forzato come “tagga un amico” vengono ora percepite come spam e possono penalizzare la visibilità.

Raccomandazione: Smettete di inseguire l’algoritmo e iniziate a servire il vostro pubblico con contenuti così utili o interessanti da meritare di essere salvati, commentati e condivisi in modo significativo.

Quel gelo che scende sulla schiena quando, durante una call, il cliente chiede con finta nonchalance: “Ho notato che i like sono un po’ scesi questo mese. Come mai?”. Come Social Media Manager, questa è la domanda che temiamo di più. La risposta più facile, quasi istintiva, è puntare il dito contro l’entità mitologica e imprevedibile che governa le nostre vite professionali: l’algoritmo di Instagram. “È cambiato di nuovo”, diciamo, sperando che basti a placare gli animi e a giustificare il budget speso.

Ma dentro di noi, sappiamo che è una mezza verità. Certo, gli algoritmi evolvono, ma spesso non sono la causa, bensì il sintomo di un problema più profondo. Dare la colpa all’algoritmo è come un medico che incolpa il termometro per la febbre del paziente. È un approccio che ci assolve dalle nostre responsabilità e, peggio ancora, ci impedisce di vedere la vera diagnosi: forse i nostri contenuti sono semplicemente diventati noiosi, prevedibili, un rumore di fondo indistinguibile nel feed dei nostri follower.

E se il problema non fosse la visibilità, ma il valore? Se il calo di engagement non fosse un fallimento, ma un feedback spietatamente onesto che ci sta urlando di cambiare rotta? Questo non è l’ennesimo articolo che vi dirà di “creare contenuti di qualità”. Questa è un’analisi strategica, pensata per voi Social Media Manager, per fornirvi argomenti solidi, dati e un nuovo approccio per trasformare quella conversazione difficile con il cliente in un’opportunità per fare un lavoro migliore.

In questa guida, smonteremo il mito dell’algoritmo-nemico e affronteremo la scomoda verità. Analizzeremo cosa conta davvero oggi per creare interazioni significative, come scrivere testi che stimolano conversazioni reali e perché concentrarsi sui salvataggi può essere più profittevole che ossessionarsi sui like. Siete pronti a guardare in faccia la realtà e a riprendere il controllo della vostra strategia?

Perché 5 commenti argomentati valgono più di 100 emoji “fuoco” per l’algoritmo e per il business?

La prima cosa da spiegare al cliente è che l’era dell’engagement misurato in quantità è finita. L’algoritmo di Instagram è diventato più sofisticato: non conta più solo *quante* interazioni riceve un post, ma la loro *qualità*. Un commento di una sola parola o un’emoji è un segnale debole. Un commento di più frasi, una domanda o una riflessione che avvia una conversazione è un segnale di intento forte. Questo indica alla piattaforma che il contenuto è così interessante da spingere qualcuno a fermarsi, pensare e scrivere. Per il business, questo è oro: significa che avete toccato un nervo scoperto, stimolato un pensiero o fornito un’informazione così utile da meritare una risposta ponderata.

L’engagement rate non è più un obiettivo da raggiungere, ma, come sottolinea l’approccio di Youston Agency, una “cartina tornasole” della strategia. È un indicatore diagnostico. Se ricevete solo emoji “fuoco”, state creando contenuti superficialmente attraenti, ma non state costruendo una community. Cinque commenti reali, invece, sono l’inizio di cinque conversazioni, cinque potenziali relazioni con clienti che si sentono ascoltati e coinvolti. Anche se formati come i Reels possono generare più interazioni, non bisogna farsi ingannare dai numeri grezzi. È la profondità dell’interazione che guida la visibilità a lungo termine e, soprattutto, la lealtà del cliente.

Questo cambio di paradigma è fondamentale. Dobbiamo smettere di chiedere al nostro pubblico interazioni vuote e iniziare a guadagnarci il loro tempo e la loro attenzione. Un commento argomentato è una micro-conversione che dimostra un livello di interesse molto più alto di un semplice doppio tap. L’algoritmo premia questo interesse mostrando il post a più persone, ma il vero vantaggio è per il brand: sta costruendo un dialogo, non un monologo applaudito da una folla silenziosa. Pertanto, un calo dei like a fronte di un aumento dei commenti significativi non è un problema, ma il segnale che la strategia sta maturando nella giusta direzione.

Come scrivere caption che obbligano quasi l’utente a rispondere e partecipare?

Se l’obiettivo è stimolare commenti di qualità, la caption smette di essere una semplice didascalia e diventa il motore della conversazione. Scrivere testi che “obbligano” a rispondere non significa usare trucchi psicologici, ma applicare principi di comunicazione umana e di storytelling. Il primo passo è un’analisi profonda del target: che lingua parla? Quali sono i suoi problemi, le sue passioni, le sue opinioni? Scrivere nella sua lingua è il prerequisito per ottenere una risposta.

Una volta compreso il pubblico, si possono applicare tecniche specifiche. Invece di descrivere semplicemente l’immagine, usatela come punto di partenza per una storia, una confessione o una domanda provocatoria. L’arte di una buona caption risiede nel creare un “ponte” tra il contenuto visivo e la mente del lettore, lasciando uno spazio vuoto che l’utente senta il bisogno di riempire con la propria opinione. Questo processo richiede cura e creatività, un vero e proprio artigianato della parola.

Composizione creativa per caption Instagram che stimolano l'engagement

Come sottolinea Giuliana Alcala Clanin, Social Media Director presso Purpose Brands, LLC, a volte la soluzione più efficace è la più diretta:

Fai partire i commenti con delle domande: Fai una domanda nella didascalia o nel reel stesso.

– Giuliana Alcala Clanin, Social Media Director at Purpose Brands, LLC

Ma non tutte le domande sono uguali. Evitate domande chiuse (a cui si risponde con “sì” o “no”) e preferite domande aperte che richiedono un’opinione o un’esperienza personale (“Qual è stato il viaggio che vi ha cambiato la vita e perché?”). Altre strategie efficaci includono la creazione di dibattiti su temi rilevanti per la cultura italiana, l’uso di call-to-action che invitano a condividere un’esperienza, o l’implementazione di branded hashtag che trasformano gli utenti in creatori di contenuti, come nel celebre caso di Daniel Wellington.

Il rischio di chiedere “tagga un amico” e venire penalizzati dalla piattaforma per spam

In un contesto di ansia da performance, con dati che mostrano un calo del 24,1% del tasso medio di engagement su base annua, la tentazione di ricorrere a tattiche “disperate” è forte. La più comune è la classica call-to-action: “Tagga un amico a cui piacerebbe questo!”. Per anni ha funzionato come un modo semplice per aumentare artificialmente i commenti e il reach. Oggi, però, questa pratica è diventata un’arma a doppio taglio. Le piattaforme, Instagram in primis, sono sempre più aggressive nel combattere quello che percepiscono come “engagement bait” o comportamento simile allo spam. Chiedere esplicitamente di taggare persone a caso può far scattare i loro filtri, portando a una penalizzazione della visibilità del post e, nei casi peggiori, dell’intero account.

Il problema non è solo tecnico, ma anche di percezione. Gli utenti sono diventati più smaliziati e riconoscono queste tattiche per quello che sono: un tentativo forzato di gonfiare le metriche. Partecipare a un giveaway che richiede di taggare tre amici sembra più un “lavoro” che un’interazione spontanea, svalutando la relazione tra il brand e la sua community. L’obiettivo dovrebbe essere quello di stimolare condivisioni organiche e significative, non menzioni forzate. Invece di chiedere di taggare qualcuno, perché non trasformare la richiesta in un’espressione personale e contestualizzata?

Esistono alternative molto più eleganti e strategiche che si concentrano sul valore del contenuto e sulla relazione genuina con il follower. Il focus si sposta dal “gonfiare i commenti” al “dare un motivo valido per condividere”. Questo non solo protegge l’account da possibili penalizzazioni, ma rafforza anche la percezione del brand come autentico e rispettoso del tempo del suo pubblico. Ecco un confronto tra le strategie tradizionali e le alternative consigliate per stimolare condivisioni organiche.

Alternative al ‘tagga un amico’ per stimolare condivisioni organiche
Strategia Tradizionale Alternativa Consigliata Beneficio
Tagga un amico Invia questo post a chi ti ha fatto scoprire… Trasforma la richiesta in espressione personale
Tagga 3 amici per partecipare Condividi nelle storie se anche per te… Evita percezione di spam
Menziona qualcuno nei commenti Salva questo post per ricordartelo Focus sul valore del contenuto

Perché il tasso di salvataggio è la nuova metrica d’oro per la visibilità organica?

Se i like sono un applauso fugace e i commenti una conversazione, i salvataggi sono una dichiarazione di valore. Quando un utente salva un post, sta dicendo a Instagram: “Questo contenuto è così utile, interessante o importante che voglio tornarci in futuro”. Per l’algoritmo, questo è uno dei segnali più potenti di qualità e pertinenza. Come spiega l’esperto di social media Fung in un’analisi per Hootsuite, i salvataggi segnalano un interesse enorme, spesso superiore a un semplice like. Un alto numero di salvataggi comunica alla piattaforma che il contenuto ha un valore intrinseco e duraturo, spingendola a mostrarlo a un pubblico più ampio nel feed e nella sezione Esplora.

Questo sposta completamente il focus della creazione dei contenuti. Invece di chiederci “Questo post prenderà tanti like?”, dovremmo chiederci: “Qualcuno sentirà il bisogno di salvare questo post?”. La risposta a questa domanda ci guida verso la creazione di contenuti “utility-driven”: tutorial, checklist, guide, infografiche, ricette, consigli pratici, itinerari di viaggio. In pratica, qualsiasi cosa che risolva un problema, insegni qualcosa o fornisca un’ispirazione a cui attingere in un secondo momento. Questo tipo di contenuto non solo performa bene con l’algoritmo, ma posiziona il brand come una risorsa affidabile e un’autorità nel suo settore.

Per il mercato italiano, le opportunità sono infinite. Pensiamo a contenuti come guide sui bonus fiscali e le agevolazioni, mini-guide per districarsi nella burocrazia, itinerari per weekend nei borghi, o checklist per organizzare eventi. Anche i formati giocano un ruolo chiave: non a caso, secondo le statistiche, i caroselli risultano essere il tipo di contenuto con il tasso di engagement maggiore (0,69%), proprio perché si prestano magnificamente a guide step-by-step e contenuti informativi facilmente “salvabili”. Concentrarsi sui salvataggi significa passare da una logica di intrattenimento effimero a una strategia di costruzione di valore a lungo termine.

Quando usare le storie interattive per risvegliare una fanbase dormiente?

A volte, il problema non è la qualità dei contenuti nel feed, ma una community che è diventata passiva, una “fanbase dormiente” che guarda ma non interagisce più. In questo scenario, le Storie di Instagram, con i loro strumenti interattivi, diventano un potente defibrillatore per riattivare l’engagement. Sticker come sondaggi, quiz, domande, e slider offrono un modo a bassissima frizione per far partecipare il pubblico. Rispondere a un sondaggio richiede un solo tap, un’azione molto meno impegnativa che scrivere un commento, ma sufficiente a segnalare all’algoritmo che l’utente è ancora interessato all’account.

Il “quando” è tanto importante quanto il “come”. Bisogna sfruttare i momenti di massima attenzione. Le statistiche per l’Italia indicano che gli italiani usano Instagram per circa 12 ore al mese, con picchi di attività concentrati la mattina (9:00-16:00) e la sera (18:00-20:00). Lanciare una serie di storie interattive durante queste fasce orarie massimizza la probabilità di ottenere risposte e di “risvegliare” una porzione più ampia del proprio pubblico. L’obiettivo è trasformare gli spettatori passivi in partecipanti attivi, anche attraverso micro-interazioni.

Visualizzazione creativa delle storie interattive Instagram per aumentare l'engagement

L’uso strategico di questi strumenti può andare oltre il semplice gioco. Si possono usare i sondaggi per fare ricerche di mercato veloci (“Quale di questi due prodotti preferite?”), lo sticker “domande” per sessioni di Q&A che creano un filo diretto con il brand, o i quiz per educare il pubblico in modo divertente. Ogni interazione, per quanto piccola, è un segnale positivo. Una volta che la fanbase si è “riscaldata” con le Storie, sarà più propensa a interagire anche con i contenuti più impegnativi del feed, riattivando un circolo virtuoso di engagement.

Perché i vostri follower su LinkedIn mettono like ma non cliccano mai sul link al sito?

Passare da Instagram a LinkedIn richiede un cambio di mentalità radicale. Se un cliente si lamenta dei bassi click-through rate su LinkedIn nonostante un buon numero di like, è perché sta applicando la logica di Instagram a una piattaforma con regole completamente diverse. Su LinkedIn, il “like” ha spesso una valenza sociale e relazionale più che un interesse diretto per il contenuto. È un cenno di stima, un modo per mantenere viva una connessione professionale, un segnale di “ti ho visto” rivolto alla persona o all’azienda che ha postato.

Questa dinamica è particolarmente vera nel contesto del networking professionale italiano, come emerge da diverse analisi di settore. Un’analisi sul comportamento degli utenti su LinkedIn chiarisce bene questo punto:

Il like su LinkedIn è spesso un segnale di stima relazionale più che un reale interesse per il contenuto aziendale.

– Analisi del comportamento LinkedIn in Italia, Studio sul networking professionale italiano

L’utente medio di LinkedIn scorre il feed per rimanere aggiornato sulla sua rete, non necessariamente per uscire dalla piattaforma e leggere un articolo. Cliccare su un link esterno è un’azione che richiede un impegno molto maggiore. I dati italiani lo confermano: il tempo medio speso su LinkedIn è drasticamente inferiore a quello passato su Instagram. Questo significa che abbiamo una finestra di attenzione molto più stretta per convincere qualcuno a compiere un’azione così “costosa” come un click.

Per aumentare i click, il contenuto non deve solo essere interessante, ma deve promettere un valore immediato e tangibile che giustifichi l’abbandono della piattaforma. Invece di un generico “Leggi il nostro nuovo articolo sul blog”, la call-to-action deve essere specifica e orientata al beneficio: “Scarica il report con i 5 errori da evitare nel budget 2025” o “Accedi al template gratuito per la gestione dei progetti”. La promessa deve essere così forte da superare l’inerzia del “like di cortesia”.

LinkedIn vs Instagram: differenze nell’engagement B2B in Italia
Metrica LinkedIn Italia Instagram Italia
Reach potenziale 20 milioni (34% popolazione) 30+ milioni (51% popolazione)
Tempo medio mensile 15 minuti 7 ore 53 minuti
Focus principale Networking professionale Engagement e conversioni

Punti chiave da ricordare

  • L’algoritmo non è un nemico, ma uno specchio che riflette il valore reale che offrite. Un calo di engagement è un’opportunità di diagnosi.
  • La qualità dell’interazione (salvataggi, condivisioni, commenti argomentati) ha superato la quantità (like). Concentratevi sulla creazione di valore, non di rumore.
  • Ogni piattaforma ha una sua “grammatica”: ciò che funziona su Instagram (engagement visivo) fallisce su LinkedIn (valore professionale) e viceversa. Adattare la strategia è d’obbligo.

I clienti vi vedono come “affidabili” o “vecchi”? Come scoprirlo prima di cambiare tutto

A volte, un engagement rate basso non è legato a un singolo post, ma a un problema di percezione più profondo: il brand è visto come “storico e affidabile” o semplicemente come “vecchio e superato”? Questa è una domanda cruciale, soprattutto per le aziende consolidate nel mercato italiano. Prima di intraprendere un rebranding radicale, è essenziale fare un’analisi onesta. Un primo indicatore quantitativo può venire da tool come Ninjalitics. Se un profilo ha decine di migliaia di follower ma un engagement rate costantemente al di sotto delle soglie di settore, è un campanello d’allarme. Come riferimento, un profilo con 1.000 follower dovrebbe puntare a un engagement intorno all’8%, mentre per un account da 100.000 follower un tasso del 2,4% è considerato buono. Scendere molto al di sotto di queste soglie indica una disconnessione con il proprio pubblico.

Tuttavia, i numeri da soli non bastano. Bisogna passare all’analisi qualitativa. Un metodo efficace è usare le Storie per raccogliere feedback autentici senza chiedere direttamente “Ci trovate noiosi?”. Si possono usare sondaggi con domande proiettive (“Il nostro brand ti fa pensare più a un ‘classico senza tempo’ o a una ‘novità entusiasmante’?”) oppure analizzare il linguaggio che le persone usano spontaneamente. Quali aggettivi compaiono nelle recensioni, nei commenti o nei messaggi privati? Parole come “affidabile”, “solido”, “tradizione” sono positive, ma se non sono bilanciate da termini come “innovativo”, “fresco”, “attuale”, il rischio di essere percepiti come “vecchi” è alto.

Questa fase di audit è delicata ma fondamentale. Permette di capire se il problema è la comunicazione (i contenuti non riflettono l’innovazione che l’azienda già possiede) o il prodotto stesso (l’azienda è effettivamente rimasta indietro). Solo dopo aver ottenuto una diagnosi chiara si può definire un piano d’azione mirato, che potrebbe andare da un semplice refresh dello stile comunicativo a un più profondo processo di innovazione. Cambiare tutto alla cieca, solo perché l’engagement è basso, sarebbe un errore strategico costoso.

Piano d’azione per un audit di percezione del brand

  1. Punti di contatto: Mappa tutti i canali dove il brand comunica (profili social, sito, newsletter, packaging). L’immagine è coerente o frammentata?
  2. Raccolta: Inventoria gli asset di comunicazione esistenti. Raccogli un campione di 10 post recenti, le ultime 3 newsletter e le recensioni dei clienti degli ultimi 6 mesi.
  3. Coerenza: Confronta i materiali raccolti con i valori e il posizionamento dichiarati dal brand. C’è un divario tra ciò che l’azienda dice di essere e ciò che comunica?
  4. Memorabilità ed emozione: Analizza i commenti e le recensioni. Gli utenti usano aggettivi generici (“buon prodotto”) o specifici ed emotivi (“questo design mi fa sentire…”), che indicano un legame più profondo?
  5. Piano d’integrazione: Sulla base dell’analisi, identifica 3 aree prioritarie di intervento (es: tono di voce da modernizzare, format visivi da svecchiare, argomenti da aggiornare) e crea un piano per colmare i gap.

Come acquisire traffico qualificato B2B senza dipendere totalmente dagli annunci a pagamento?

Nel mondo B2B, l’idea che Instagram sia solo una vetrina frivola è un preconcetto duro a morire. Eppure, la piattaforma offre enormi opportunità per generare traffico qualificato in modo organico, a patto di abbandonare la logica B2C. La chiave è smettere di parlare a una massa indistinta e iniziare a costruire relazioni mirate, sfruttando la piattaforma come uno strumento di networking e di personal branding. Nonostante la percezione comune, la portata organica non è morta: i dati rivelano che 25 milioni di italiani sono raggiungibili tramite gli strumenti di Meta, una fetta enorme della popolazione attiva.

Una delle strategie organiche più efficaci per il B2B italiano è il CEO Branding. Le persone si fidano delle persone, non dei loghi. Un CEO o un manager chiave che condivide la propria expertise, i dietro le quinte dell’azienda e le proprie visioni sul settore su Instagram costruisce un’autorevolezza e una fiducia che nessun post aziendale patinato potrà mai eguagliare. Questo approccio umanizza il brand e attira un pubblico di professionisti realmente interessati.

Un’altra tattica potente è creare contenuti specifici legati a eventi di settore italiani. Prima, durante e dopo fiere come il Salone del Mobile, Vinitaly o EICMA, creare contenuti pertinenti (analisi, interviste, reportage) usando gli hashtag ufficiali permette di intercettare un pubblico B2B altamente qualificato e già in “modalità business”. Infine, le partnership strategiche sono fondamentali. Collaborare con influencer di nicchia nel proprio settore, farsi taggare in contenuti di valore e sviluppare partnership editoriali con testate online o associazioni di categoria permette di “prendere in prestito” la loro autorevolezza e di raggiungere il loro pubblico qualificato. Queste strategie richiedono tempo e costanza, ma costruiscono un asset di traffico organico solido e indipendente dalla spesa pubblicitaria.

Il vostro prossimo passo non è chiedere più budget, ma presentare al cliente un’analisi onesta e un piano d’azione basato sulla creazione di valore. Utilizzate questi argomenti per trasformare una conversazione difficile in un’opportunità strategica, dimostrando che non siete solo esecutori, ma veri partner strategici in grado di navigare la complessità del panorama digitale.

Domande frequenti sul calo dell’engagement rate

Come capire se il mio brand è percepito come ‘storico’ o ‘superato’?

Il primo passo è un’analisi quantitativa tramite strumenti come Ninjalitics per ottenere il vostro engagement rate e confrontarlo con i benchmark di settore. Se un profilo con un gran numero di follower ha un engagement molto basso, è un chiaro segnale che qualcosa nella strategia va rivisto. Un engagement rate in calo costante, nonostante un aumento dei follower, è un forte indicatore di una disconnessione con il pubblico.

Quali metriche indicano un problema di percezione?

Oltre a un engagement rate generale basso, bisogna guardare le metriche di interazione qualitativa. Un alto numero di like ma pochissimi commenti, salvataggi o condivisioni può indicare che i contenuti sono gradevoli ma non abbastanza rilevanti o utili. Secondo le medie di settore, un profilo con circa 1.000 follower dovrebbe aspirare a un engagement rate intorno all’8%, mentre per uno da 100.000 follower, un valore attorno al 2,4% è considerato un buon risultato. Valori significativamente inferiori sono un segnale di allarme.

Come raccogliere feedback autentici senza chiedere direttamente?

Evitate domande dirette come “Cosa pensate di noi?”. Usate invece gli strumenti interattivi delle Storie in modo più sottile. Create sondaggi con domande proiettive (“Se il nostro brand fosse una musica, sarebbe… A) Classica B) Elettronica?”) per capire la percezione emotiva. Un’altra tecnica è analizzare attentamente il linguaggio e gli aggettivi usati spontaneamente dagli utenti nelle recensioni online, nei commenti o nei messaggi diretti per cogliere il sentiment reale e non filtrato.

Scritto da Luca Ferrari, Digital Performance Manager e Growth Hacker focalizzato sul B2B. Esperto in SEO tecnica, Google Ads e strategie di Lead Generation su LinkedIn per mercati di nicchia.